L’inglese per chi parla italiano
Quasi tutti hanno anni di inglese scolastico alle spalle, e quasi tutti si fermano nello stesso punto: leggere va bene, un film va così così, parlare costa fatica. Non è questione di talento. L’italiano ti fa guadagnare molto terreno sul vocabolario e quasi nessuno sul suono, e conviene sapere quale dei due è quale.
Metà del vocabolario inglese ce l’hai già
L’inglese ha assorbito un enorme strato di latino, ed è proprio lo strato che conosci già. Le parole colte, tecniche e accademiche si corrispondono quasi una a una: nation, opportunity, university, information, responsibility.
Le corrispondenze sono così regolari da potersi imparare come regole. La terminazione italiana -zione diventa -tion, -ità diventa -ity, -oso diventa -ous, -mente diventa -ly. Imparare lo schema vale centinaia di parole singole e rende un testo inglese formale quasi leggibile fin dall’inizio.
C’è poi lo strato che l’italiano ha preso in prestito di recente: computer, weekend, meeting, email, file. Lo leggi senza sforzo, ma lo pronunci all’italiana, e proprio perché lo usi ogni giorno è la parte più difficile da correggere. Il registro quotidiano dell’inglese, invece, è fatto di parole brevi e germaniche che non somigliano a niente di tuo.
E quella metà ti tradirà: i falsi amici dell’inglese
Actually non vuol dire attualmente, vuol dire in realtà. Eventually non è eventualmente, è alla fine. Library non è la libreria, è la biblioteca. Parents sono i genitori, non i parenti. Educated vuol dire istruito, non educato. Camera è una macchina fotografica, non una stanza. E preservative è un conservante, cosa da ricordare prima di chiederlo in farmacia.
Poi ci sono gli pseudoanglicismi, che esistono solo in italiano: il footing è jogging, lo smoking è un dinner jacket o un tuxedo, il box auto è un garage, il mister della squadra è il coach. Suonano inglesi, ed è proprio per questo che nessuno li controlla: la parola nota non si verifica, e l’errore sopravvive per anni.
La regola che funziona è scomoda ma breve: la parola che ti sembra familiare si controlla per prima, non per ultima. La somiglianza è un’ipotesi sul significato, e sbaglia abbastanza spesso da non fidarsi.
La grammatica inglese ti alleggerisce, la sintassi ti stringe
Prima le buone notizie. Il verbo inglese quasi non si coniuga, non c’è genere grammaticale e gli aggettivi non si accordano. Gli articoli ci sono, come in italiano, ma l’inglese li usa meno: la mia casa è my house, mi piacciono i cani è I like dogs, la vita è bella è life is beautiful. Mettere l’articolo dove l’italiano lo vuole è uno degli errori che si sentono di più.
Il conto arriva da un’altra parte. Il soggetto è obbligatorio: in italiano dici piove o è arrivato ieri, in inglese servono it e he, perché senza soggetto la frase non esiste. L’ordine delle parole è rigido. E compare l’ausiliare do nelle domande e nelle negazioni, che non traduce niente e non ha equivalenti in italiano.
Con i tempi, attenzione alla falsa somiglianza. Il present perfect si costruisce come il passato prossimo ma non si usa allo stesso modo: «ieri l’ho visto» non diventa I have seen him yesterday, perché con un momento preciso del passato ci vuole il simple past. E «vivo qui da cinque anni» diventa I have lived here for five years. Si impara per situazioni concrete, non per equivalenze.
La pronuncia inglese e l’accento italiano
L’italiano ha sette vocali e l’inglese parecchie di più, così molte coppie che a te suonano identiche sono parole diverse: ship e sheep, live e leave, full e fool. Non è un dettaglio di accento, è comprensione. E il suono più frequente dell’inglese è una vocale debole che in italiano non c’è e che non si scrive in un modo fisso.
Poi c’è la vocale che si aggiunge da sola. In italiano quasi tutte le parole finiscono in vocale, così la bocca ne mette una anche dove non c’è: it’s-a, big-a, work-a. E la h aspirata, che in italiano non si pronuncia mai: senza, hungry diventa angry e hair diventa air. Qui l’unica cura è ripetere ad alta voce, perché nessuna quantità di lettura silenziosa muove la bocca.
Imparare le parole inglesi: un piano e una scadenza onesti
Comincia dalle mille parole più frequenti, che sono brevi, germaniche e non somigliano a niente di tuo, proprio perché sono quelle che ti mancano. Lo strato latino puoi lasciarlo a quando comparirà da solo nella lettura.
Poi i verbi irregolari, qualche centinaio, con la sfortuna che quelli più comuni ci sono quasi tutti. Si imparano in frasi, non in elenchi a tre colonne. I phrasal verbs arrivano per argomenti e verso la fine del primo anno, non prima.
Tempi realistici partendo da una base scolastica e mezz’ora al giorno: lettura comoda in due o tre mesi, serie senza sottotitoli verso l’anno, una conversazione di lavoro tranquilla in un anno e mezzo o due. Il parlato non cresce da solo: un’ora alla settimana con una persona vera muove più di dieci ore di esercizi.
Dove ti aiuta Verba e dove no
Verba si occupa del vocabolario: le parole che hai già incontrato tornano appena prima che ti sfuggano. Ognuna arriva con esempio, audio e traduzione, e la storia del giorno la rimette dentro una frase invece di lasciarla in un elenco. Il dettato del mattino dura un paio di minuti, ed è proprio questa l’idea: deve stare dentro una giornata normale.
Quello che non fa. Non ti insegna gli articoli né i tempi verbali, perché quello è un sistema e non un insieme di pezzi da ricordare. Non ti dà la scioltezza, che si allena solo parlando sotto pressione di tempo. L’orecchio lo allena solo in parte: alcuni esercizi chiedono di capire una parola a orecchio, senza testo, e la storia del giorno è letta ad alta voce dall’inizio alla fine. Nel parlato veloce la stessa parola si fonde con le vicine, e per questo serve un’ora a parte ogni settimana.
Da leggere anche: Vocaboli inglesi ogni giorno con l’app Verba
Parole per cominciare
Ogni lingua pronta ha un elenco di parole aperto: significato, pronuncia, forme e un esempio vero su ogni pagina.
Raccogli qui le parole che hai incontrato davvero
Il dizionario inglese di Verba è fatto di voci vere con esempio e audio, e puoi ampliarlo con le tue: una parola da un’email, da una serie, da una riunione che hai seguito a metà. Ogni mattina torna un elenco breve con quello che è in scadenza, non tutto insieme.
Nell’app c’è lo stesso dettato del mattino, e account e progressi sono in comune con il sito.